Le parole di buonsenso sono del sindaco di Stazzema Michele Silicati: «Guardiamolo questo film e poi giudichiamolo!». Perché «Miracolo a Sant'Anna», la pellicola di Spike Lee nelle sale italiane dal 3 ottobre, le polemiche le ha suscitate ancor prima di uscire. Il "la" dalle organizzazioni partigiane come l'Anpi della Versilia, nelle cui montagne Sant'Anna di Stazzema si trova. E dove il 12 agosto 1944 quattro colonne di SS della sedicesima divisione Panzergrenadier sterminarono 560 fra vecchi, donne e bambini.
Una delle stragi più efferate della Seconda guerra mondiale, i cui documenti sono rimasti nascosti per anni nel cosiddetto «armadio della vergogna», e che solo nel 2005, con il processo di La Spezia, ha visto la condanna in contumacia di dieci ex SS (condanna confermata fino alla Cassazione) e il riconoscimento dell'eccidio come atto terroristico premeditato, all'interno di una strategia del terrore che disegnerà una catena di stragi lungo la Linea Gotica fino a Marzabotto.
Noi il film l'abbiamo visto. Un film in cui il tema centrale non è la strage, ma il riconoscimento fra le umanità di due sconfitti, il bambino e il gigante afroamericano che lo adotta. Una fiction senza pretesa di verità storiche, tratta dal romanzo omonimo di James McBride, che cura la sceneggiatura. Con tutti i limiti del romanzo stesso. McBride, nel corso del convegno «Cinema e memoria», che ha preceduto a Firenze l'anteprima, si è definito «autore di romanzi commerciali», obbligato a inventarsi qualcosa per far funzionare la vicenda. Ma ha anche rivendicato l'orgoglio di aver fatto mille miglia, dall'America a uno sperduto centro dell'entroterra versiliese, mentre «ci sono tanti bravi romanzieri italiani che su Sant'Anna non hanno scritto una parola». Touché.
Verissimo è pure che il film di Lee accende i riflettori su una tragedia che il mondo, ma anche l'Italia al di fuori della Toscana, non conosce. Ma è vero anche che le licenze artistiche rischiano di trasformarsi in verità per gli spettatori. E dovrebbero far riflettere noi italiani le parole del regista: «Attraverso questa pellicola gli americani sapranno che anche in Italia, non solo in Francia, c'è stata la Resistenza». Non può indignare l'invenzione della figura del partigiano traditore, qualcuno sarà pur esistito. E l'affermazione di Lee che non tutti amavano i partigiani, al di là di retorica, in tempi di guerra civile parrebbe ovvietà.
Magari, visto che ci si trincera dietro al piano artistico, può scandalizzare la mancanza di motivazioni. L'accenno al fratello repubblichino ucciso in uno scontro dall'amico partigiano non può essere la sola causa credibile di un duplice macello (i massacri nel film sono due). Una perfidia ottusa connota anche i tedeschi cattivi, a cominciare dall'ufficiale che dà l'ordine dell'eccidio dopo una telefonata al comando. Perché non hanno trovato il capo partigiano, come promesso dal traditore. Ecco il «casus belli» che ha indignato sopravvissuti, non tutti, va detto, e partigiani.
Ha ragione Lee, questa fibrillazione fa pubblicità al film e indica che in Italia ci sono ferite non rimarginate. Ma non dovrebbe stupirsene, una ferita aperta è il motore della vicenda. Uno dei motori nobili, a fronte di tante cadute. La storia parte dall'oggi e nell'oggi si conclude, in un percorso catarchico che, dopo tante mattanze, sfocia nel tono consolatorio della favola. Non sveliamo la trama, che ha le cadenze del giallo. Basti che il miracolo è la rinascita del bimbo, scampato dalla strage di Sant'Anna e salvato da una pattuglia di quattro soldati della Buffalo, la divisione di colore che su quel fronte combatté e di cui il regista vuole celebrare il sacrificio.
Il piccolo trova rifugio assieme ai soldati in un paese che sarà oggetto della seconda strage (pure causata dal losco traditore). Qui, uno a fianco all'altro, si immoleranno i quattro soldati e i civili armati. Solo un americano sopravviverà, risparmiato da un tedesco buono che gli darà una Luger per difendersi. Particolare gratuito quello dell'arma, ma funzionale alla sceneggiatura; l'abbiamo già vista, senza capire, nelle scene iniziali del film. E Angelo, questo il nome del bambino, morto nella seconda strage, resuscita per ricordare.
Tanta carne al fuoco nei pur centoquarantaquattro minuti di proiezione (ci sono anche altri temi).
Se il romanzo di McBride avvince con la leggerezza della letteratura d'evasione cui tutto è concesso, nel film di Lee molti nodi vengono al pettine. Dopo un inizio degno di Hitchcock per ritmo e tensione, una serie di flashback narra i fatti del '44. Il montaggio è un vero virtuosismo, ma le scene del guado del torrente, le membra a pezzi, il terrore dei soldati, nella loro efficacia sanno troppo di «Salvate il soldato Rayan». «In questo film non ci sono eroi, ci sono solo buoni e cattivi», afferma Lee. E' stato di parola. Solo i quattro della Buffalo sono personaggi strutturati, i bianchi razzisti, nell'esercito e fuori, son razzisti e basta, il traditore è un traditore. C'è il tedesco buono che salva i bambini, particolare confermato da alcuni sopravvissuti di Sant'Anna.
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